«Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro,
e per niente altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa,
ma colui che non scriverà niente è un essere perduto,
non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.»
Agota Kristof/La prova/1988
«Un grammo di applicazione vale più di una tonnellata di astrazione.»
Booker's law
Problema: un benzinaro svuota la sua cisternona di liquido profumato in - mettiamo - sei giorni. Il liquido profumato viene profumatamente pagato da pendolari pendolanti, travelisti anonimi, autotrasportatori conto terzi. Quando il benzinaro minaccia sciopero, tutti i pendolari travelisti autisti di cui sopra s'infilano pazienti uno dietro l'altro in attesa di una pompa: il benzinaro svuota la sua cisternona in un pomeriggio, si empie il portafoglio di santini e si gode cinque giorni e mezzo di allegro fauncazzo.
Dove sta il problema di cui in premessa?
Sta che se invece faccio sciopero io, a me mi trattengono dalla bustina paga quella quarantina di euri lordi.
Ecco perché gli scioperi dei benzinari sono unanimi e solidali, quelli miei no.
Quando dice che gli italiani lo vogliono così, ha ragione.
Ha creato l'elettorato a sua immagine e somiglianza. Un lento processo di trasformazione di genti mansuete, timorate: cattolici, comunisti e cattocomunisti, tutti a scandalizzarsi per le caviglie delle Kessler, per l'ombelico della Raffa. Lui rese colorato l'etere, lo somministrò stupefacente a sera dai suoi canali cinque. Offrì la visione di magnifiche sorche e progressive: tutto uno svelare di veline, carni tremule, una bistecca in ogni piatto. Tv, sorrisi & canzoni. I milioni facili di Mike Bongiorno, infiltrato CIA. Successo e benessere per tutti, anche nelle cucinette due per due delle periferie metropolitane, anche sulle sedie di plastica dei bar tabacchi. Immilanì l'operaio di tronfi successi in coppa dei campioni. Tutto quello che il Presidente toccava diventava oro. Toccava adesso all'Italia. Forza. Forza Italia. Finalmente la politica parlava un linguaggio comprensibile a tutti: parlava a gesti. La politica del fare, i fatti propri, ad personam. Mentre le televisioni intubavano catodicamente il Paese, il Presidente risolveva quei cinque o sei assillanti problemini che lo tenevano sveglio la notte. Con successo. Si trapiantava. Depenalizzava un po' questo, inaspriva un po' quest'altro. Il reato è reato quando lo fa il negher terùn che ha minga i dané per pagarsi il Ghedini. Il conflitto d'interessi s'elimina eliminando il conflitto, non gli interessi: dove sta il conflitto? chi l'ha detto che non si può? Di' qualunque cosa, osa. Abitua il pubblico ad ascoltare l'inaudito e l'inammissibile diventerà ammissibile. Di' qualunque cazzatina da scompartimento di treno ti passi per la testa calva, ripetila enne volte, falla ripetere e ripetere dai tuoi stolidi, bronzei, xilocefalici fallici sodali, salvo poi dire di essere stato frainteso, tutto un complotto ordito dall'Internazionale rossa, lo spettro che si aggira per l'Europa colla faccia di Fassino-Weltroni-Fracoso... Franceschino, Franceschini. Lascia fare a Fede, speranza & carità. Va' da Vespa a dire dei fatti tuoi ché la massaja ne languisca. Porello, Sirvio. Mischineddu. Veronica lo lascia, ché è malato. Malato lui? Avesse to patri la su salute, che benché sittantino ancora attisa come un cavallo...
L'affondo al Nano per le sue (il)legittime storiellette di letto e di lettino mi ricorda la storia di Al Capone incastrato per evasione fiscale.
Voglio dire: l'inidoneità del Ridicolo a reggere il Paese (vieppiù in tempi tregendi quali i nostri) è macroscopica, autoevidente; non dovrebbe scaturire (posto che scaturisca, ar finale) dalle delazioni del mignottume e dall'icona trista di un Topolànek a pippo duro.
Ho le gambe molli dall'altro ieri notte.
E una sensazione complessiva di perdita di equilibrio.
Mi prende poi un desiderio di seconda casa d'abitazione in prefabbricato modulare in legno di balsa, con airbag lato passeggero, che sostituisca il mio terzo piano in tufo in edificio storico vinculato, accessibile via scala penitenziale, nolo sherpa.
P.S.:
Matese, please, mantieniti quieto e immoto per un'altra centocinquantina d'anni.
Mi ricordo di un banchino di Emergency alla festa di Liberazione, a Frazione Incoronata, Macchiagodena, un paio di anni fa. Tecnicamente sarebbe estate, ma c'è vento e freddo di altra, più cupa stagione. A fronteggiare il vuoto del vialone che conduce alla piazzetta, siamo in tre - per tacer del porchettajo lontano, l'unico che incassa. Gli altri due, ricordo, sono il rappresentante dell'Associazione Italia-Cuba, sezione di Termoli, e Antonio Sorbo col suo libro. Alla fine della festa, spenti i fuochi, sopita la fisarmonica, Emergency raccoglierà i trenta euri di un paio di magliette - un successo netto se consideriamo che quindici se ne sono andati per benzina, panini & birretta; Italia-Cuba credo abbia fatto di meno, pur avendo gazebo industriale e gruppo elettrogeno da fare invidia. Non ho visto quante copie sia riuscito a vendere Sorbo del suo libro, ma non credo molte.
Quando ho letto che ha vinto le primarie mi sono ricordato di Frazione Incoronata. L'esercizio di pazienza che come tre bonzi compimmo quella sera, standocene per ore a guardare il basolato, enfiandoci i cabasisi senza fiatare, è una prova di talento che per me vale più di altre. Quando leggo che Sorbo ha «palle e coraggio», sulle palle posso testimoniare.
I wrestler sono innocui bambini mai cresciuti, uomini (s)fatti, destinati – se va bene – a fama saltuaria e poi all'oblio, banditi dai poster. La loro vita è breve, solcata da una tartaruga d'addominali lucidi e guizzanti fino ai sessant'anni. La loro carne è debole, languisce nei topless bar, duole per quante mazzate pigliate. I loro incontri sono da sempre scontri: una figlia che non gli parla, un continuo di sedie, estintori, stampelle sbattute contro la schiena.
È tutto finto meno il dolore. Calci volanti che atterrano; prese alle spalle e di dietro; sparachiodi che sparano – ça va sans dire – chiodi. E rivoli disangue d'atmosfera; lamette nascoste tra le bende; tutine glitterate variopinte come ai carnevali delle elementari o alle parate dell'otto luglio. Meno male che c'è la farmacopea tutta, la cornucopia di carta pane che il pusher negro ubiquo reca provvido nello spogliatoio: i wrestler ingeriscono anabolizzanti, analgesici, anfetamine e via così, di classe in classe, tutte le lettere dell'alfabeto, tutto il prontuario medico fino alla doppia ics dello Xanax, alla pietra tombale dello Zoloft.
E siccome al peggio non c'è mai fine, ecco un trombo che ti tromba, un infarto che ti stende e la tua vita schifa da wrestler d'occasione, un tanto a livido, si trasforma in quella di banconista da Wall Mart, un orizzonte d'insalta di patate, costolette, fiato corto.
Sera sempre cara, or di più da che la passo custode di pagine e polveri fini, papa e re del mio tempo, primo qui anziché secondo in Roma.
Succede imperocché nel buio della sala s'avanzi rapida l'ombra di un nano ingolfato in giubbone; torpido alzo lo sguardo dal manuale di catalogazione (bibliotecomachia prima che biblioteconomia) per posarlo sull'ipocentimetrato che, varcata la soglia della Direzione, si rivela - ahi! - essere bimba di nove-dieci anni, munita di biro e notes e investita del sacro furore della ricerca scolastica. Mi scuoto, mi ergo dallo scranno attendendo il comparire di una figura parentale, almeno un cugino consobrino, ma niente: la bimba è sola e brandisce già il foglio, la penna, e mi espone in perfetto idioma italico il tema assegnatole - «Il formaggio molisano nella storia, dal Medioevo al Settecento» - a me, che al massimo attendeva una ricerchina sui Fenici, da farsi fotocopiando la voce dell'enciclopedia Universo, esaurendo charmant l'attività curricolare di reference bibliografica. Basisco e mi ripeto nell'intimo la raggelante sentenza: «Il formaggio molisano nella storia, dal Medioevo al Settecento». Ed ora? Quale repertorio consultare? L'Opac mi restituisce stolido un paio di monografie e un manualetto Hoepli; in internet mi s'apre una paginetta divulgativa della Galbani; un pajo di ricette da Sanvalentino e l'offerta di un cesto di prelibatezze, con in omaggio un giubbino di pelle (!). In modo meschino, provo a buttarla sull'attualità - «Vedi, il formaggio si è sempre fatto nello stesso identico modo, ora come allora» - cercando di venderle a buon prezzo un paio di pubblicazioni promozionali, da ente provinciale del turismo, sull'arte dei casari di Capracotta e Vastogirardi, ma niente: la bimba rimane ferma al dettato ricevuto e non demorde: storia, e dal medioevo al settecento, non sia mai che trovassimo un trattatello su provoloni ottocenteschi o ricottine art déco. Ecco, mi s'accende una luce: con la disperazione dei naufraghi, m'aggrappo a un volumetto sulla storia del caciocavallo molisano, giunto qui grazie alle norme sul deposito legale. Lo prendo e lo cullo come fosse il secondo libro della Poetica di Aristotele scampato all'incendio dell'abbazia. Glielo presento come fosse la Bibbia di Guttemberg; imploro di prenderlo, che se ne abbeveri, soddisfando così la sua sete di sapere colesterolemico; sperimento ogni tentativo di legittima corruzione di minorenne: per convincerla, le offro in soverchio un paio di stampe colore o b/n, a scelta, dal sito del Caseificio Di Nucci.
Mi sorride, affare fatto.
Poi dicono che lavorare in biblioteca ci si riposa.
Mi è arrivata via posta l'ennesima catenella di Sant'Antonio in .ppt, con orribili foto sgranate e lofia musichetta midi. Il testo però non è male - anche se l'attribuzione a Woody Allen mi appare dubbia, come certi file mp3 taggati da sedicenni, che vogliono "Hotel California" hit single dei Doors - e mi ha fatto sorridere, malgrado la pioggia.
Poi il tema della vita vissuta reverse è di gran moda.
«La vita dovrebbe essere vissuta al contrario. Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finchè non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo. (Woody Allen)»
Le canzoni non sono mai giuste o sbagliate: le canzoni sono belle, o brutte, o così così, e quella di Povia Giuseppe che ho ascoltato ieri notte mentre mi preparavo la borsa d'acqua calda per riscaldarmi il letto -unicuique suum - è decisamente una canzoncina brutta, di quelle che non aggiungono nulla e, ad ascoltarle due volte, sottraggono tempo.
Detto questo, non capisco come l'orgoglio omosessuale italiano possa essersi sentito vulnerato per questa storiellina catechistica di uno cui prima garbava l'omo e poi no, tanto da decidere di scendere in piazza. Ora: fosse contro il Vaticano, la Cei, Rutelli e Fioroni, i cattolici in politica, i politici più papisti del Papa, capirei e sarei idealmente in piazza pure io che pure non manifesto dalla Prima Guerra del Golfo; ma un corteo che procede indignato ed elegge a nemico i versi monchi di Povia Giuseppe, davvero non lo comprendo.
Del resto, questo è un Paese alla frutta. Sanremo ne è uno specchio. Benigni - grande fino a quando elevava il turpiloquio a forma d'arte nei film di Bertolucci (il fratello, no Bernardo) - confeziona innecessari pipponi contro la discriminazione sessuale che suonano falsi e inopportuni come qualunque excusatio non petita; Grillini si sente in dovere di puntualizzare la felicità della condizione omosessuale leggendo sms che immagini scritti coi "k" e i "xò", tanta la profondità che veicolano.
Nel Paese che abiterei con orgoglio, la legittima cacatina scritta da Povia avrebbe ricevuto l'attenzione dovuta alla scoreggia di un topo nella hall della Grand Central Station; ognuno farebbe ciò che gli compete: i comici i comici, i politici i politici e i vescovi i muti. I gay sarebbero gai e non patetici froci depressi.
È stato soltanto un caso se, tornato dal cinema ristorato dalla visione di un film davvero bello – succede, forse, una volta ogni quattro, cinque mesi – accendendo la televisione vengo a conoscere di obblighi di delazione posti ai medici di pronto soccorso; di “Guardia nazionale padana” a supporto delle polizie nell’azione di controllo del territorio – eppure la Storia è popolata fittamente da cazzoni in divisa paramilitare (Camicie Nere, SS, Guardie di Ferro…) presi prima per il culo da tutti per gagliardetti, ardimento e mostrine, e poi diventati corpi armati dello Stato, guardiani ai cancelli dei campi di concentramento.
Un film come «L’Ospite Inatteso» dovrebbero vederlo loro, questi fanciullini colle corna di mucca sulla testa e il fazzolettone verde al collo come fosse sempre carnevale; questi adoratori di ampolle cui l'essere laici non ha portato vantaggi; questi Perego blindati dietro le grate delle loro ville, borghesi piccoli piccoli come i nani di gesso dei loro giardini; questi che mangiano il pane fatto da Youssef, la carne macellata da Samir, fanno pulire il culo dei loro vecchi da Myroslava, e però poi “i negri ci rubano il lavoro”.
Dovrebbero vederlo, e nemmeno in ginocchio sui ceci.
Personali derive internautiche sul caro vecchio Friedrich mi portano a riscontrare su wikipedia che non è mica nato dove pensavo. Sì, d’accordo, a Naumburg ci ha passato gli anni verdi dell’adolescenza; ci ha vissuto senza baffi in quella che è la Nietzsche-Haus, prima di raggiungere il suo apogeo baciando cavalli a Torino, ma non fa testo, m'ingannavo, millantavo quando mi pavoneggiavo d’essere capitato un giorno per caso nel borgo natale del filosofo crucco.
A Naumburg ci finimmo a sera, venendo da Erfurt, città controriformata, e Weimar, città sopravvalutata. Naumburg pareva porto tranquillo per noi romei spaventati dalle città, spaventati soprattutto dal doverci impazzire nel traffico tangenziale, alle nove di sera, inseguendo il miraggio di un tre stelle, doccia calda, letto a molle. Scartata Lipsia, luogo di sconfitte (e noi infatti la perdemmo senza rimpianto), lontana Dresda, cui saremmo approdati solo il giorno dopo, Naumburg appariva come il compromesso perfetto: città di poche anime, ordinata, silente, con alberghi vuoti e disponibili.
Naumburg: in quanti posti così ci ha portato la nostra idea di viaggio? Quanti alberghi da commessi viaggiatori, da parenti in visita, ci hanno ospitato? Quanta dimessa meraviglia abbiamo provato per comunissime, esotiche chiese, piazze, vie?
Di Naumburg ricordo: le vie lastricate vuote, come per il lavaggio strade; una piazza quadrata e al centro una chiesa tozza, messa sguincia, posata così a caso (davvero come quando rimettendo a posto un armadio a muro ritrovi – toh! – la bistecchiera elettrica della zia e la poggi orfana al centro del corridoio dedicandoti di nuovo a risistemare detersivi e scope).
Mi ricordo di un viale sghembo, ornato da fioriere pensili, che conduceva a una chiesa nera, un duomo gotico in cerca di restauro attingendo magari ai fondi europei per lo sviluppo.
Un’altra cosa ricordo, anche meglio: una cena messicana servita da una cameriera col taglio à la maschietto, tanga giallo uovo ostentato, appeal maliardo, popputamente punk.
Tempo: l’inverno del ’93, o forse del ’94, il secolo ultimo morto di fresco. Luogo: L’Arci quando l’Arci era a Piazza Trento e Trieste, nei locali che saranno poi della Curia e adesso dell'incuria. Sopravvissuti alla visione di “Lanterne rosse” in vhs, alzati torpidi dai divani per saccheggiare il frigo a sottoscrizione, prendemmo a scrivere su carta intestata della federazione provinciale del Piccì un corpus disomogeneo di felicissime boutanade, subito battezzato “Progetto Majalovskij”. Mi ricordo poca roba. Peccato. Un peana al Preserbativo di Ser Bante, per esempio; o l’epigramma Come è triste Venezia/hara veré Sant’Agapita! che ci è rimasto appiccicato come personale spleen generazionale. Il codice l’abbiamo poi lasciato, come cosa poco preziosa, chiuso nel cassetto di una scrivania. La fine dei CC.SS.AA. ha fatto il resto. Qualche avventizio di una ditta di traslochi l’avrà usato per pulirsi la cacca di cane dalle suole delle All Star (che sennò magari a quest’ora ce lo pubblicavano come hanno fatto con questo).
Ho comprato da poco una canon eos 450d. Sono felice del mio nuovo giocattolo.
Ho comprato anche una macchina per il pane Kenwood e ne sono felicissimo, probabilmente perché sorpreso, sinceramente stupito per quello che riesce a fare. Sì, lo so che si chiama "macchina per il pane", però quando l'ho comprata non pensavo che una "macchina per il pane" facesse davvero il pane: pensavo più a una specie di dolceforno Harbert, una cosa da usare al massimo un paio di volte per farci due paninucci lievitati stitici, ruvidi alla lingua come carta vetrata e sapidi come la spugna per i piatti; pensavo a uno di quegli elettrodomestici da lista nozze cui dai albergo per un paio di settimane sul piano cucina e consegni poi finalmente all'oblio dello stipone. Già a leggere il ricettario, coi suoi programmi di cottura esatti al secondo, storcevo il naso davanti a tanta svizzera precisione: perché tre ore e ventidue e non tre ore e venticinque? Perché gli ingredienti da inserire rigorosamente, a pena di crosta, nell'ordine indicato? Da supponente, predicavo ad A. sicuri insuccessi. Così m'esprimevo: Figurati! Così mi si perde il cuore, l'anima... è un approccio positivistico alla panificazione! E invece, già alla prima prova, il risultato fu entusiasmante, producendo un pane integrale al farro che non ti dico; ma il pan brioche con uvetta fatto ieri mi ha a dir poco commosso, tanto che l'ho fotografato (con la eos 450d) per consegnarne imperituro ricordo ai posteri.
L'idea era bella, riconosco (bella forza: era la mia): per questo Santonatale, il mio ego ipertrofico aveva pensato a un libro fotografico. Ne stampo una diciottina di copie brossurate da quel simpatico sito che è miolibro.it - pensavo - e le distribuisco agli amici sotto l'albero prossimo venturo.
Epperò, siccome il sito di cui sopra nasce per la stampa di libri-di-poesie cuore-amore e tesi di laurea in storia del maglioncino a girocollo, ho dovuto spezzettare il .pdf già realizzato in milioni di byte e imboccarlo col cucchiaino della pappa (tanto sono pratico); terminata l'opra improba, in anteprima mi usciva, non voluta, una riga bianca a margine. Santonatale! Ne è seguita una rimpaginazione forzata usando il loro specimen spacchiuso. Fatto. Risminuzza e ricarica. Alla fine, quando ero in "approva e stampa" ho letto che di spedizioni per Natale manco a parlarne: se ne riparla a palle (dell'albero) ferme.
E allora, per questo natale, amici, va così: niente strenna su carta, ma se cliccate sulla copertina, digitate pazienti le tre letterine, aspettate i 45 secondi di default e accettate il download di 135mega, in meno di venti minuti vi godrete (?) direttamente sul desktop le mie fotografie.
Arrivammo a Ostenda sotto un cielo grigio, gravido di pioggia. Parcheggiammo a tassametro in Van Iseghemlaan, pieno angiporto. Dietro porte d’alluminio anodizzato, improbabili bazaar promettevano alcool e sigarette low-cost al proletariato urbano anglosassone che sciamava dai traghetti agitando mancusianissime sciarpe rossobianche. Puttane, invece, niente. Sulla Albert Promenade, una lunga striscia di cemento che fiancheggiava (credo lo faccia ancora) imprudente l’Oceano, i gabbiani volavano ad altezza uomo, cullati dal vento; spiegavano interamente le ali e rimanevano immobili, come sospesi a fili di nylon. Distratto, avresti potuto sbatterci contro la testa. La sensazione era di popolare il sogno di qualcun altro. Iniziò a piovere una pioggia sospesa, di quelle pudiche, che prendono vergogna a toccare terra. Sotto i portici marmati del Palazzo delle Terme, di una solitudine sovietica, c’era qualcuno che trovava divertente farsi fotografare col suonatore di tromba in playback.
Se stamattina mi ricordo di Ostenda – se decido di scrivere un post su Ostenda – è perché ho visto questo film che è stato girato a Ostenda, ed è grigio e livido come quel pomeriggio atlantico di sei anni fa; è senza speranza come certe periferie di reti metalliche, roulotte come case e case arredate come roulotte; incongruo come l’ultima immagine che intimamente registrai, a Ostenda, quando eravamo già in macchina, veloci sulla tangenziale, protetti dietro i vetri: la facciata fiammegiante di St. Petrus en Paulus cinta d'assedio da condomini balenari. Un portasale cesellato a una tavola di piatti di carta e rutto libero.
per esempio, a Sarkò si potrebbere chiedere - con carineria - com’è farsi la Bruni à lamanièrearabe; ad Angela Merkel se, tegame com'è, per cuocersi due uova usa un suo ritratto ufficiale; a Ehud Olmert se si insapona usando sua nonna...
Già domenica. Da un po’ di tempo il tempo vortica veloce, ingorga, scivola via dal buco come acqua saponata e peli dopo il bagno. Il lune-martedì, mercole-e-giove è un tutt’uno, spalmoso, ploppo; la settimana si apre e poi si chiude rapida come il mantice d'atleta di una Pigini 80 bassi impegnata in una polka vacca, tra le braccia a rana di un fisarmonicista a cottimo. Così passa un agost’ettembr’ottobre novembre nero e che ci vuole a venire Natale coi suoi panettoni aziendali, torroni d’irpinia negli scaffali degli hardcore discount.
Non mi importerebbe tanto di questo tempo fluido come olio paraflu, come frappé di latte andato, che corre via, fa slittare la suola delle scarpe, sguiscia come anguilla marinata nella sugna se non perché dal tempo rapido fuggente ho tutto da perdere, tutto avviene nel tempo: i progressi di Nicola, rapidi che non c’è videocamera che fermi l’immagine con fedeltà d’immagine e ho paura di dimenticarmi presto del primo sorriso, e del secondo; della prima sputazzata di mela omogeneizzata; del pernacchiare con cui manifesta approvazione, piacere dell’averci vicino; di oggi che mi ha per la prima volta abbracciato stretto al collo quando l’ho preso via dal letto.
Ei non fu: nella migliore tradizione degl'immortacci, il vecchio Nap non è spirato in data cinque maggio a Sant’Elena, avvelenato dalla carta da parati; era un replicante quello che s’ingozzava di paté col deretano immerso nell’imperial vasca, dettando a un biografo ermafrodita d’assalti a la baionnette alle terga della contessa Walewska. All’epoca dei fatti, Napoleone – mica tonno – era già tornato in Francia, aveva messo su un commercio di erbaggi e frutta e condiviso il talamo di una giovine ostessa niente male; e quando avea deciso di denunciare al mondo chi veramente ei fosse – Napoleone, dico – reclamando il trono, l'Impero dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, più che il Borbone lo aveva frenato la prospettiva di finire al serraglio, primo dei mille matti che mano al petto e pitale rovesciato in testa, allora come ora, credono davvero di essere Napoleone. Meglio allora tornare alla tranquillità borghese di un fuoco acceso e un canapé, un praticello di cocomeri in Provenza e una lanterna magica per la sera.
Brume ottobrine, in cielo nuvolaglia umidiccia. Levato, esco in terrazza a guardarmi le piante, con l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo: sul leptospermum scoparius (un rampicante che andrebbe comprato anche solo per poterne scriverne, un giorno, il nome in un post) si è fermato l’acquarone. Le rose (nane, ché ci ho la terrazza di due metri per due) hanno foglie di nuovo verdi dopo le offese del sole d'agosto. A terra, terra smossa. Sogno tappi al culo dei piccioni. Mi affaccio: baracche, burattini. Un pensiero esplode, si smembra in brani: cazzo, giovedì, mercato, ho parcheggiato dove non dovevo. Il passaggio dal pigiama alla tuta è rapido, urgente, velocizzato dall’identità di sostanza: c’è una felpa indoor e una felpa outdoor. Faccio le scale raschiando il muro, rischiando la vita. Raggiungo ground zero ma non c’è la tragedia: unica, nel vuoto della piazza vuota, la Meriva c’è ancora, bagnata della stessa umidità delle piante, del leptospermum scoparius (un rampicante che andrebbe comprato anche solo per poterne scriverne, un giorno, il nome due volte nello stesso post). Per fortuna, in piazza, d’ottobre, il mercato monta più tardi, ché tanto chi compra ‘e ppurtualle alle sei di mattina?