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domenica, 11 maggio 2008
La foto è su carta kodak; niente filigrana, loghi e artifici grafici di là da venire: la vedi marchiata in obliquo col vermiglione sbiadito dell’inchiostro dato col timbro, come sui quarti di manzo, al macello. Ha la cornice bianca e l’indicazione della data data a iniziali del mese (dec, nov, oct…) e due numeri soltanto, 7 e 4, ché tanto il Novecento è l’unico secolo che conta. I colori sono saturi, resi ancora più acidi dal tempo che tutto corrode: colori, carne, nervi. Nella cornice, c’è un bimbo biondo piegato sui ginocchi che guarda le sue Kickers; c’è il suo camion a sei ruote e il suo importante carico di ghiaietto; ci sono modernissime sedie di nastro di plastica intrecciato e tavolini di una pensione per tedeschi a Valverde di Cesenatico. C’è sua madre, jeans, zatteroni, i Ray-Ban a lenti azzurrate e un foulard verdeoro a reggere i capelli. Einmal ist keinmal: quello che è accaduto una volta è come mai accaduto. Ma davvero? Io ho scritto “c’è”, non ho scritto “c’era”. L’imperfetto è non a caso imperfetto.
martedì, 06 maggio 2008

Ieri sera, all’A&O di via ventiquattro maggio, per ottanta centesimi di euro ho comprato un basilico in vaso, vivo, frondoso da farmi ombra al nano che vive in terrazzo; nello stesso posto, per un euro e venti, avrei potuto comprare gambi molli di basilico morto, incellofanato in bara di polistirene e sepolto in banco frigo. Poi uno dice, poi.
martedì, 29 aprile 2008
lunedì, 14 aprile 2008
venerdì, 11 aprile 2008
I giapponesi, bizzarre creature, nei loro sexy shop fanno buchi alle pareti, mettono una gettoniera, un dispenser di kleenex e, dall’altra parte, un lavoratore a progetto: ti creano una “jerk off machine” che ricorda molto il Turco meccanico che giocava a scacchi, con nano polacco incassato a muovere i pezzi. Là dove tutto è visibile, svelato fino alla macelleria, “il buco-con-la-mano-intorno” attrae per quanto cela: ognuno può coltivarsi legittime fantasie affidando l’appendice alle cure della manicure.
Ora, per quanto interessa il film, accade che siffatti buchi vengano esportati a Soho, in cantine per nude show gestite da slavi underground che hanno la faccia plastica di Miki Manojlovic; accade che una donna di sessant’anni alla ricerca disperata di soldi, e quindi di un lavoro, equivochi il senso di un “hostess required” appeso alla porta ed entri, circonfusa di candore, in quell’antro saturo di ormoni, di culi e capezzoli vorticanti. Dentro, le risolvono l’equivoco, spiegano di che si tratta; le dicono: 600, 800 sterline a settimana, anche di più, e sono soldi veri, soldi utili a pagare al nipote un viaggio della speranza in un ospedale di Melbourne. Dopo una notte passata ad osservarsi le mani, Maggie accetta. Il lavoro è facile, ripetitivo; un lavoro operaio, una masturbazione fordista: quando sei pronta, premi il pulsante, la luce si accende, dall’altra parte del buco capiscono; cinque, sei minuti, poi «se quello non è venuto, vengo io», le dice il Capo. Maggie è brava, richiesta, si fa un certo nome: diventa Irina Palm. Per lei, la gente fa la fila (imbarazzata), diserta gli altri camerini, in cui le ragazze dalle mani ispide attendono invano (giacché al mondo talento ci vuole per fare qualsiasi cosa, anche le pippe). Si muove presto finanche la concorrenza pappona dei gestori limitrofi, pronti a offrirle docenze in corsi di formazione e un pizzo del quindici percento sul lavoro delle ragazze. Ma Maggie si ferma: a uno stralunato Miki, già mezzo innamorato, dirà: «Dio, che sto facendo? Mio nipote sta morendo, io faccio le seghe agli uomini». Ma per fortuna, l’esame di coscienza dura poco: nella pragmaticità di Maggie, non c’è spazio per cattolici turbamenti; non passa la linea ipocrita del figlio, pronto a rinunciare (a parole) alle seimila necessarie sterline guadagnate da Maggie come Irina. Insieme a un surreale, improbabile love affair con Miki il Mollicone, nasce e si fa robusto, in Maggie, l’orgoglio stacanovista del “lavoro fatto bene”: «sono Irina Palm, la migliore mano di Londra» dirà alle amiche, a quel bizzocume riunitosi tra trine e merletti all’ora del the, in una scena magistrale che andrebbe riportata negli annali, conservata nelle cineteche.
mercoledì, 26 marzo 2008
Padre, se anche tu non fossi stato il mio,
trovandoti lì per caso,
lo stesso ti avrei abbracciato e chiesto
cos’era quel tuo esserci al supermercato
mesto, quel muovere vuoto di scopo
e di carrello, distratto agli scaffali
come in un museo d’arte troppo moderna,
prendere un caffè sottovuoto
così tanto per fare,
un Kimbo votivo, devozionale,
portato alle casse
come chi deve ingraziarsi gli Dei,
o il personale.
venerdì, 21 marzo 2008
Mattina, interno ospedale, le sale d'aspetto s'assomigliano tutte, ma è piuttosto un algoporto, questo, una stazione, sì, ma della via crucis: tutti accettano l'accettazione, fanno il check in per il check up, attendono il turno, s'imbarcano senza bagaglio sparendo dietro una delle porte schermate, allarmate, allarmati dall'adesivo triangolare che dice "caution: radiation area". La babuschka nerovestita che mi siede accanto sa di camino-che-non-tira e sapone di marsiglia; tiene il suo foglio in mano come fosse di cristallo, attenta. Ha visto la guerra, ma ha paura lo stesso: come gli indiani davanti alla misteriosa macchina di Daguerre, teme che una Tac le porti via l'anima. La chiamano, si alza, va via. Al suo posto crolla scomposto il ragazzo dalla testa a pera – almeno trent'anni, ma quando si smette di essere ragazzi? – che, miope, sforza le sue diottrie residue a decifrare il corpo otto di Tutto Wrestling Magazine, numero di marzo, esclusiva intervista a John Cena jr; segue col dito la linea dei pettorali, come fosse tracciata in braille, poi si informa da me se quello che stiamo subendo dal 42 pollici che ci sovrasta è proprio Forum, Canale 5. Accanto, la madre legge la cronaca di Latina sul Messaggero di Roma come se da questo dipendesse una diversa diagnosi. Ha la bocca come una ferita, la faccia scura di chi ha sceso almeno un milione di scale dandogli il braccio, assecondandone la debolezza. Mi guarda: colto sul fatto, giro lo sguardo. Al comparire della prima sedia a rotelle, del suo scomodo ospite in tuta d'acetato, le mie gambe, in automatico, prendono a premere pedali di grancassa & hi-hat, e non per cattiveria – ché, come Nietzsche a Torino, mi butterei al collo di ogni infelice, maltrattato cavallo qua dentro – piuttosto, per legittima difesa: tutto può succedere, tutto può succederti, tanto è già successo.
venerdì, 14 marzo 2008
mi sbottono la camicia, mi cresco le basette e colmo vuoti accanto al divano comprando mobili laccati cinesi garantiti inizio secolo, no replica, no made in casoria, originali d'importazione, astenersi mercenari.
dicono pioverà ancora.
venerdì, 07 marzo 2008
Eli, Eli, lamma sabactani, anche Cristo bestemmia col nome del padre pronunciato invano.
Qua giù il nome è pronunciato sempre invano, ché quando uno chiama è cortesia rispondere, diabolico perseverare.
Mercoledì sera ero in autostrada, fermo immobile in tre chilometri di fila per incidente: tutta un’autosole doveva infilarsi nel buco nero di un’uscita obbligatoria a Caianello, home of the swan.
Dentro la Meriva, l’aria era satura dell’odore del truciolare mordentato Ikea; l’area era saturata da scarpiere Trones in plastica propilenica, una tomba garantita per diciotto paia di scarpe. Tre ore così, Eli, Eli! Senza nemmeno una mentina da zucare, un’acqua Lete per dimenticare, con Isoradio che prende per il culo e parla di coda in diminuzione. Io azzero il contachilometri e leggo di novecento metri percorsi in due ore. La Roma pareggia, la vescica esplode come un supersantos d’altri tempi, ma la corsia d’emergenza è terreno minato dall’idiozia di chi ha più fretta di te, la impegna sgommando e la intasa duecento metri più avanti: fermarsi a pisciare un guard rail può voler dire finire sotto le ruote dentate di un suv impaziente. Meglio trattenere, meglio intrattenermi. Eli Eli, Gigi Sabactani!
venerdì, 22 febbraio 2008
è vero, non scrivo da tanto: è che sono impegnato con la vita.
non tutto finisce tra le pagine di un diario. non sempre c'è il tempo e la voglia. ci sono cose di cui non ho parlato mai.
due: una molto bella, una molto brutta.
la vita bilancia, conguaglia: miele & punture, zucchero & aghi, iperdermici.
il gioco antico di bastoni & carote.
c'è un tempo per, e c'è un tempo per.
a me, il tempo è stato unico.
accade, sta accadendo tutto insieme: una cosa molto bella, l'altra molto brutta.
lo so: non posso sempre stare a pensarci. mi distraggo. faccio la spesa e di colpo mi meraviglio che esistano ancora i fagioli in scatola, le pannocchie sottovuoto. Le cose continuano a esserci nella loro immobilità di polistirolo e latta.
Sopravvivono a tutto, meno che alla data di scadenza.
martedì, 12 febbraio 2008
C'è questo ragazzino smarmittante con la faccia impunita che - come altri - si compiace di aver evaso tasse per miliardi; lo beccano - ché ogni tanto qualcuno lo beccano - e anziché fargli il meritato mazzo a tarallo, gli propongono - pezzenti - un patteggiamento per meno di un quinto dell'evaso, poi lo immortalano in foto ricordo e ne fanno un virtuoso testimonial dell'onestà ritrovata, un fulgido esempio per bottegai da borsanera e dentisti senza ricevuta.
Se siamo la repubblica bananifera che siamo è anche per queste evidenze peracottare, queste storie a lieto fine di marescialli che s'abbracciano al fregavaligie di turno.
venerdì, 01 febbraio 2008
Visto che la ricerca scientifica ha i suoi costi in termini di uomini e mezzi - e che, tutto sommato, fare all'amore pare comunque essere pratica più rapida e indolore per raggiungere il medesimo scopo - auspicherei che anziché brigare tanto per trarre sperma dal midollo spinale ci si impegni piuttosto nel dare una risposta alla malattia di Hansen; alla sindrome di Reifenstein; alla lipodistrofia totale; all'aceruloplasminemia congenita; al linfoma di Hodgkin (e non); alla corea di Huntigton; alle poliendocrinopatie autoimmuni; alla sindrome di Werner... insomma a quelle sette, ottomila altre simpatiche piaghe d'egitto in cui inciampa puntuale l'umanità tutta.
sabato, 26 gennaio 2008
Saturday sun came early one morning
In a sky so clear, clear and blue
But Saturday sun, it came without warning
So no one knew what to do
(Nick Drake, Saturday sun)
mercoledì, 23 gennaio 2008
L'aveva vista altre volte. Subito dopo la curva a gomito, appena prima della pineta.
L'aveva vista altre volte, la casa, ma non si era mai fermato.
Mai fino a questa volta.
Girò la chiave, spense il motore, scese dal furgone. Atterrò nel fango.
La casa pareva esserci dall'inizio della creazione: tutta a blocchi di pietra grigia, levigata; tutti diversi, tutti così assurdamente irregolari da far pensare all'osceno manufatto di una qualche architettura precolombiana.
Sputò a terra; poi si infilò una mano dietro, a togliersi le mutande finite a fare lingua tra le natiche.
Aprì il cassone, e tirò fuori il piede di porco.
Pietosamente i repertori biografici tacciono sugli ultimi giorni di Florestano Delpino, entomologo, naturalista, grande viaggiatore, frequentatore instancabile degli orridi paradisi del pianeta: a scorrerne la vita - quella compendiata su carta ad uso dei posteri - dopo la Terra del Fuoco, il Guatemala, la Guyana, lo si conosce recluso in un volontario esilio dal mondo, nel suo eremo montano di ***.
Quello che le enciclopedie non riportano sono le suggestive modalità della sua dipartita: il cadavere del dottor Florestano Delpino venne ritrovato a villa Amparo sette giorni dopo il funerale della sua compagna. Nudo, il cadavere era orrendamente segnato da lunghi squarci - opera certo di un affilato bisturi - in cui si erano dischiuse, bianche, a migliaia, le larve di Cochliomyia hominivorax, che di quella carne avevano fatto scempio, nella loro innocenza famelica di pupe: cibandosene, vi avevano scavato gallerie, come tarli nel legno, tanto che il corpo del meschino ne risultava segnato come fosse stato interamente tatuato.
La casa non aveva finestre, ma piccoli spiragli che ricordavano le macchie nere sul carapace di una testuggine.
“Non da quella parte”, si disse.
“Nelle case, si entra dalla porta.”
Facendo leva con tutto il suo peso, l'uomo ne forzò l'intelaiatura ed entrò.
All'imbarco di Nuova Amsterdam, oltre alle sue larve incattivite in vasi di vetro e coperchio di sughero, Florestano Delpino aveva condotto anche Amparo, la sua schiava Maroon: a vederli insieme, nella luce di quella mattina - lui in marsina amaranto e bombetta, lei imbracata in una tela di sacco - parevano un domatore di circo e la sua scimmia ammaestrata: la donna era curva, alta meno di un metro e cinquanta, ed aveva una pelle rugosa d'elefante; eppure, Amparo era la Reine Noir di Florestano Delpino.
Non fosse stato per quei libri, fogli d'album e note sparse a terra sul parquet di assi sconnesse la casa poteva dirsi vuota.
L'uomo prendeva fogli a caso, li avvicinava agli occhi per vincere la miopia della penombra e leggeva ad alta voce.
…che possono saperne dell'amore di Amparo quanti non ne ebbero mai, quanti vedevano di lei solo le forme di uno sgraziato pachiderma? E chi potrà dirsi di me più saggio, e in maturità meglio fornito, solo perché gli è sufficiente indossare un nastro nero per mesi, portare acconcio il suo lutto, rispondere cortese all'untuosa, solidale condoglianza? Se alla morte non v'è rimedio, venga pure il rimedio della morte.
venerdì, 18 gennaio 2008
Ricorro alla rete per datare la mia prima volta alla Biennale d’arte di Venezia.
Ricordo un nome: J. Holzer [1]. Lo digito in Google e trovo: «Nel 1990 con The Venice Installation, partecipa alla Biennale di Venezia nel Padiglione Americano vincendo il Leone d’Oro.» Ecco, posso finalmente datare al radiocarbonio: fu dunque un giorno di fine estate del 1990 quello che ci vide partire [2] con l’orgasmo della conquistata indipendenza e, a Pescara, prendere un notturno dai sedili scaldati, puzzoso di fumo, piedi, miseria. Poco uso ai viaggi intercontinentali, interpretai una sosta al semaforo come fine del nostro contratto di trasporto. In un epoca in cui si saliva e scendeva dai treni agendo su una maniglia, fu facile venirsene giù in autonomia, mettendo piede in mezzo al deserto della massicciata, in una terra di nessuno a un chilometro buono dalla stazione di Venezia Mestre. Per trovare un campeggio ci affidammo al buon cuore di un tranviere che ci lasciò su un rettilineo dalle parti dell’aeroporto. Una scritta nera in campo giallo [3] attirò all’unisono la nostra attenzione. Ci trovammo così a piantare le due canadesi in un campeggio piet(r)oso gestito da una doppia coppia di ottuagenari. Quando porsi la mia carta d’identità per la registrazione, il vecchio – una specie di Scrooge – mi guardò, sorrise pedofilo e disse: «Ma che occhi inquisitooooori (sic)!»
Accanto a noi, c’erano due maghrebini che lavoravano per la municipale della Serenissima e ogni sera tornavano con le loro tute verdi fosforescenti dopo aver raccolto a stufo monnezza tra calli e campielli. Vivevano in un garage vicino ai cessi, dal quale usciva fuori odore di cipolla soffritta. Sulla porta di legno che chiudeva a malapena la baracca, la direzione dello Stalag aveva pensato bene di affiggere un cartello plasticato che ricordava quelli antinfortunistici che si trovano nei cantieri; il messaggio, tuttavia, era abbastanza ambiguo, al limite della presa per il culo. Diceva: «LUCE E FORZA». Facemmo quel minimo di conoscenza che la regola del buonvicinato impone; cose tipo salutarsi quando ti incontri ciabattando sul ghiaietto con un’asciugamano e un rotolo di carta igienica in mano. Ci raccontarono di una tragica esperienza di rimorchio con due turiste giapponesi dalle gambe storte. Nessuno di loro quattro parlava inglese. Nel pomeriggio che erano stati insieme, le conversazioni – ci dissero – avevano avuto tutte questo tenore:
MAGHREBINO: Bella Venezia, eh?
GIAPPONESE: (timidamente, con posa da criceto) Hihihihi!
Al mattino, nel container dove c’era bar e direzione, facevamo colazione da campioni con toast al prosciutto [4] e un caffè arso che io ricordo come “Gùpion” [5] ma il riscontro della rete mi porta come “Goppion”. Poi la deportazione a Venezia, in autobus di linea.
(*) Pezzettino garbato già pubblicato su www.egoipertrofico.it/ (ma lì a breve si cambia gestione e si butta via tutto; non volevo "venezia" finisse sommersa.)
Seguono, presuntuose, alcune note: [1] Lo ricordo esattamente per lo stesso motivo per cui ricordo con precisione la data della battaglia di Menzicerta: un assoluto caso. [2] Oltre a me, l’equipaggio comprendeva M., E. e R.P. [3] «The cheapest camping in Venice» o formula equivalente. Il campeggio, da noi familiarmente chiamato “Ru Cipest”, ebbe certo breve vita dal momento che, quando ritornammo a Venezia nell’estate del 1993 e, con lo spirito degli ex internati, ci recammo nuovamente sul luogo, trovammo solo un recinto di rete metallica lucchettato. [4] Diventai cortofago solo nell’inverno successivo: i panini al salame ungherese di cui ci nutrimmo nell’esperienza veneziana furono il mio canto del cigno. [5] Ne sono certo: ho stipato da qualche parte in testa il file audio con la voce di M. che ripete “caffè Gùpion”.
domenica, 13 gennaio 2008
Succede che una mattina d’attesa per l’esito di una magnetica risonanza all’encefalo di un familiare porti a spicciole considerazioni sul male del mondo, sul male dell’uomo, sull’essere tutti carne per il cannone del creatore; succede che spinga a ricordare il testo di filastrocche imparate a memoria e poi dimenticate a memoria, ma dimenticate mai del tutto, sempre pronte a risalire alle labbra del laico in happening indisertabili come le messe da requiem e, appunto, le attese binarie del tipo sì/no, c’è/non c’è: parlo di quelle tintinnanti sequele di parole che il bimbo manda giù come fossero purga e ripete a mani giunte, prima di dormire, pensando scongiurino la notturna epifania di quei mostri che vivono dietro l’armadio; quelle parole che l’adolescente, nel suo orgoglio giacobino, manda poi alle ortiche, preferendo – quando c’è da invocare – un maschio moccolo a quel femmineo mantra; parlo, in somma, di quei dling-a-ling ancestrali che dicono di un padre che sei nell’alto, di una maria piena di grazia, di tale Angelo Di Dio, di professione custode. Ecco, (purtroppo) succede: succede che nell’attesa, in una sala d'attesa, sulla similpelle blu petrolio di una sedia fatta per attendere, scomoda come se fosse percorsa d’aghi, risalgano alle labbra brani di quelle preghiere; succede che il senso di alcune diventi per la prima volta chiaro e stupisca quasi per la sua nuova, disarmante, ora finalmente compresa ovvietà. Succede che mi fisso su quel «non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male» che – novellato – mi suona, così, come l’umana bestemmia rivolta a un dio pigro e lontano, il dio schizofrenico delle margherite, come pure delle trisomie; del riverbero del sole sui prati verdi di rugiada, come pure delle sclerosi a placche. Quel «non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male» mi pare vada a significare più qualcosa del tipo: «dio, dài, invece di perdere tempo con questo balocco dei peccati (eppure sei proprio tu che hai inventato la potta d’altri) fai finalmente il tuo dovere di padre buono e infinitamente degno di essere amato, e liberaci dal male, liberaci signore da tutti i mali, ché soffrire non ha senso, non avvicina alla santità, soffrire fa solo male alla salute».
giovedì, 10 gennaio 2008
Grazie a lui (e a lui), è stato sventato un pericoloso complotto: la colpa è tutta di questa apparentemente inoffensiva merdina, il codice SpecialStat, che avevo inserito (ma tempo fa, eh!) nell'html di "punto g.":
<!-- Inizio Codice specialstat -->
<img src="http://stat.specialstat.com/spider.php?u=22013" width="1" height="1"> <script src="http://stat.specialstat.com/counter.php?user=22013"> </script>
<!-- Fine Codice specialstat -->
L'effetto è quello descritto qui: il fetente tenta di istallare un dialer che cambia i parametri di connessione e instrada su linee a pagamento.
Io l'ho rimosso; invito chiunque lo abbia inserito nella sua paginetta a fare altrettanto; invito inoltre la SpecialStat (SchutzStaffel?) ad andarsela a pijà 'nder culo loro e li mejo Trojan guerieri.
mercoledì, 09 gennaio 2008
attenzione, prego:
fonte attendibile (molto attendibile) mi scrive che...
...ogni volta che mi collego al tuo blog mi viene fuori un errore e/o la
richiesta di explorer di installare una cosa java, chiedendomi in una
finestra se voglio installarlo e facendomi la solita domanda: considera
sempre attendibile i contenuti che vengono da cn8cn.info?
io ovviamente non installo un cazzo, ma altrettanto ovviamente sono andato a
vedere che cazzo c'è su cn8cn.info; ho visto una pagina veramente con una
brutta faccia (non ci andare se non sei super corazzato), tant'è che dopo
poco il mio antivirus s'è incazzato come una biscia dicendomi che il sito
stava tentando di installare un dialer e mi consigliava di interrompere la
connessione...
per cui se dovesse succedervi lo stesso, please: non scaricate nulla, non accettate nulla, rispondete sempre di no, come ai pedofili fuori alle scuole; soprattutto non considerate mai attendibili i contenuti provenienti da questo come da chiunque altro sito.
giovedì, 03 gennaio 2008
Parlo per me, parlo a titolo personale. Dico quello che fotografo, e perché.
Fotografo l’attimo, il momento che è stato, nell’illusione tutta infantile di poter trattenere l’intrattenibile, come chi imprigiona le lucciole sotto un bicchiere. È per questo che fotografo, sugli stessi alberi, le gemme a primavera, le foglie color rame in autunno; per questo, prima che cominci l’estate, fotografo i papaveri nei campi dove il grano è ancora verde. (In inverno, invece, fotografo il freddo, l’assenza, il silenzio, e li fotografo in bianco e nero.)
Fotografo quello che vorrei conservare intatto, preservare dalle offese. Per questo fotografo le pozze d’acqua, i campi a trifoglio, gli spazi verdi appena fuori le città, prima che sia tutto comparto edilizio, zona di sedicente espansione, centro commerciale; prima che piantino una palma dove c’era un noce.
Fotografo il bello prima che si trasformi in utile. Per questo fotografo le pietre delle case, gli scuri delle finestre, prima che siano sostituiti da vetrocemento e alluminio anodizzato.
Fotografo quello che ho intorno, quello che mi è familiare: molto ho fotografato rimanendo dietro i vetri, o aprendo appena la finestra. Fotografo Santa Chiara, i tetti, le terrazze; i pomodori su un davanzale di cucina, messi ad asciugare al sole. Mi tengono compagnia le voci che salgono dal mercato. (Fotografia da camera, la si potrebbe chiamare.)
Fotografo le mie radici: San Michele, la “Siberia”, Via Porta Mulino: i luoghi in cui – rubo a Ungaretti – sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Fotografo i paesi del Molise, li vado a cercare, violo indiscreto la loro ritrosia: non sono facili allo scatto, conservano un antico pudore fatto di vicoli, cortili, slarghi dove i vecchi si scaldano al sole imitati dai gatti, o viceversa; paesi d’ombre che si allungano in piazze idealtipiche che hanno la chiesa di fronte al municipio, il bar tabacchi, la farmacia. Fuori delle case fotografo peonie piantate in una latta di sardine, ortensie che paiono i fuochi pirotecnici della festa del patrono. Tutto mi riempie l’obiettivo: qui fotografo panni stesi che altrove ignorerei; qui, una serratura, un battente a piede di leone mi interessa più del Koh-i-noor.
(Doveva essere un'introduzione al catalogo della mostra; poi pare che il catalogo non si stampi più. Dispiaceva buttarla, e allora eccola qui).
venerdì, 28 dicembre 2007
Ieri sera ho finalmente visto Papillon, il film di Schaffner con Steve McQueen e Dustin Hoffman (dirò en passant che l’ho visto con un cappellino di lana da pusher per fugare l’emicrania a grappolo, regalo del natale ultimo scorso). La storia è quella, vera, di Henry “Papillon” Charrière, ventenne francese (con)dannato all’ergastolo per l’omicidio di un pappa e spedito a penare alla Caienna – insolito è pensare l’inferno allocato su spiagge da villaggio vacanze. Accanto a lui, con la faccia del travet strappato al suo archivio, c’è Louis Dega, criminale col colletto bianco, falsario di titoli di stato, vittima predestinata di sodomie e altri abusi da bagno penale. In Francia, Beccaria non devono averlo tradotto e le pene non tendono alla rieducazione del condannato, ma alla sua estinzione. Perciò, Charrière e Dega se la passano (chi più, chi meno) male. Dopo fughe, tradimenti, catture, isolamenti a mezza razione, oscuramenti diurni, scarrafoni nella brodazza e altri benefit da galeotto, si arriva all’epilogo: Charriére vecchio rottame – tuttavia prossimo ai quarant’anni, se l’arimetica non opina – viene spiaggiato all’Isola del Diavolo, in quel beginhof di reietti ormai pacificati che passano gli anni che li separano dalla morte a coltivare carote e pascere maiali, ognuno nella sua casetta da nano, con l’oceano a fare da sbarre alla gabbia. Lì Papillon incontra ancora Dega, lobotomizzato, decerebrato, mansueto automa che scambia per libertà conquistata la possibilità di muoversi senza ferri entro il perimetro di quello scoglio, quello sputo di terra. Charriére lo pressa, lo convince all’ultima fuga. Ecco, sono già pronti i sacconi di noci di cocco, scomode zattere da naufrago. Si tratta solo di saltare dalla scogliera: poi due giorni al massimo in balia dei flutti, e se non si entra in culo a una balena, alla fine, la costa infida della Guyana. Tutto pronto, ma Dega non salta, Dega resta. E anche solo questa scena, questo minuto e mezzo – Papillon che salta, Dega che lo saluta muto colle lacrime agli occhi – basterebbe a circonfondere il film del mito che merita: c’è – in quei due, in quell’istante – rappresentata la bivalente umana natura, quell’essere l’umanità divisa tra chi salta e chi no, chi si vive la vita a morsi e chi nemmeno la lecca; tra chi osa e chi usa, cade vittima abitudinaria degli eventi, parcheggia se stesso in un vivere d’anticamera.
Bello bello, il film (e comunque, l’emicrania non è mica passata).
lunedì, 24 dicembre 2007
Bene, tra i film, ce n’è di un tipo particolare definibile “paraculo”: il film paraculo è quello che, mentre lo vedi, sai bene essere – per un’elementare abilità ermeneutica cui pressocché tutti sono dotati di default – una grandissima, iperbolica cazzata; pure, tu continui a vederlo, assorbito nella visione, e lo vedi fino alla fine, compiaciuto, appagato, magari anche scosso da un fremito al labbro superiore, e un crescente groppo in gola che aspetta i titoli di coda per fregarti irrimediabilmente, spingendo solo allora l’occhio a inumidirsi. “L’uomo dei sogni” (“Field of dreams”, nell’originale americano) è il film paraculo che ho visto la vigilia della vigilia per lubrificarmi i dotti lacrimali. La trama è un assoluto delirio: c’è un ex freak che si riconverte agricoltore e si coltiva a mais gli acri di una fattoria che sarebbe sua, ma in realtà è della banca (è un po’ il tipo di percezione alterata che hanno tutti quelli che sottoscrivono un mutuo); il tipo – un perfetto Kevin Kostner, con la faccia vacua del fanciullino pascoliano – vanga, pota, va di letame, fino a quando non sente una voce che gli ordina di distruggere il raccolto e costruire un campo da baseball (e gli è andata pure bene, piglia Abramo con Isacco). Così, lui la sera è a letto, occhi al soffitto, non dorme; la moglie – con razionalità tutta femminile – gli fa: ma tu veramente vuoi costruire un campo da baseball?
E lui, allora, tirandosi su, gli dice:
- No… ma ho 36 anni, una famiglia, una fattoria e un’ipoteca sulla fattoria… e ho il terrore di diventare come mio padre…
- Che cosa c’entra tuo padre in questa storia?
- Non gli ho mai perdonato di invecchiare: quando aveva l’età che ho io adesso, era già vecchio. Insomma… insomma avrà avuto dei sogni, no? Certo, non ha mai cercato di realizzarli… forse anche lui ha sentito delle voci…ma sicuramente non le ha ascoltate. Papà è stato un uomo che non si è mai lasciato andare, ne sono sicuro… e, Annie, ho paura che succeda anche a me, e qualcosa mi dice che questa potrebbe essere l’ultima occasione per evitarlo. Voglio costruire quel campo.
Ora, il film continua con toni un po’ “profezia di Celestino”, un po’ “Gabbiano Jonathan Livingstone” (un po’ una stronzata, insomma). Però quel monologare su vecchiaia e sogni, nell’intimità della camera da letto, con sottofondo di pianoforte in settima minore (paraculo anche lui), mi è rimasto dentro; mi ha fatto pensare a questa cosa di Hikmet che provo sempre a imparare a memoria senza riuscirci:
La vita non è uno scherzo (…) // Prendila sul serio / ma sul serio a tal punto / che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi / non perché restino ai tuoi figli / ma perché non crederai alla morte / pur temendola, / e la vita peserà di più sulla bilancia.
giovedì, 20 dicembre 2007
mercoledì, 19 dicembre 2007
Io, per esempio, odio lavare la plastica dei contenitori di plastica – che pure sono così utili per il frigo, col tappo a chiusura ermetica che, piiif!, un ultimo sbuffo: via l’aria e dentro inserrata, nascosta alle nari, tutta la puzza compressa di peperone agliato, di merluzzo all’yprite, tutto il fieto di broccolo barese ripassato in padella; o.k.: bene finché è nel frigidaire, però poi lo vedi che non si toglie l’unto manco a scalpellarci contro? Vedi che nemmeno ci può l’acqua calda? Inutile: col moplen rimane sempre un déjà vu del caro estinto, trapassato, digerito. Oppure, per dire, il legno dei cucchiai di legno, dei taglieri: qui il dramma è binario: non puoi lavarlo col sapone giacché se lo zuca, lo assorbe (poi ti ritrovi quel sentore di Last ™ nel passato di lenticchie); non puoi trattarlo solo con l’acqua, ché altrimenti ritrovi un ché di palustre, un vago senso di fontanile, di fosso allagato, in qualsivoglia leccornia tu dipoi realizzi. L’alluminio di tielle, caccavi & sartanie è invece offeso dal calcare e si macula come un appestato; e poi rimane ruvido, mai domo. L’acciaio si graffia se sfregato a pagliette, si picca del contatto manco fosse un metallo nobile. L’antiaderente delle padelle antiaderenti antiaderisce fino a quando – furbo – non ci vai dentro direttamente di coltello, o rebbio infido di forchetta, e irrimediabilmente lo zenghi (lo so che le antiaderenti zengate andrebbero smaltite, a evitare frittate col Teflon ™, ma chi lo fa, di grazia?). Ma il peggio del peggio è la grattugia del grana che devi pretrattare a punta di lama, percorrendo obliquamente il reticolo dei pieni e vuoti, rimuovendo pignolo ogni resto di crosta – che non sia mai tu bagni una grattugia ancora formaggiata ti ritrovi tutta una pappa piccicosa che mette schifo solo a scriverne. Contro quanto attribuito a Guevara, con la bistecchiera di ghisa la battaglia è persa in partenza ché tanto non riesci a disincrostarla nemmeno con la dinamite. Meglio doversi occupare della ceramica chinoise dei piatti piani, fondi, da frutta, ma a patto che non sia porosa o decorata a losanghe, lamelle, lingue, motivi floreali tipo reale tappezzeria in cui inciampano e si fermano cascami, pappe, sughi colloidali. Il vetro, invece. Il vetro è perfetto: tienici dentro una colonna di lardo di colonnata, un’ecatombe d’olii, un olocausto di fritti, quello che vuoi – un’ascella di maiale in crosta di silicone – il vetro torna comunque innocente, il vetro dà soddisfazione: come nella reclame, ci passi il dito e fa squeeerk (e tu tutto soddisfatto vieni al blog a scriverne).
domenica, 09 dicembre 2007
Litorale laziale, la mattina di un giorno di festa, in inverno; là dove la sabbia s'indurisce e si mischia ai rifiuti, all'erba malata e arsa dalla salsedine. Più oltre solo brutti palazzi e due vecchi avvolti nei loro cappotti, fermi sul lungomare. C’è un bambino grasso vestito d’azzurro e oro come il Principe di Persia: turbante, gorgiera, brache a sbuffo, una scimitarra di cartone in mano. A dispetto delle dimensioni si chiama Mariuccio e, sotto il vestito da carnevale, si intravede incongruo il rossonero di una maglia del Milan. Mariuccio butta sassi in una tazza di cesso, come lui abbandonata sulla sabbia, benedetta da un’impalcatura rugginosa su cui si legge, maiuscolo, AVE MARIA. È annoiato, il gioco lo ha stancato. Corre allora all’Alfetta rosso Ferrari – minigonne, cuore sportivo, adesivo con la “I” di Italia azzeccato orgoglioso al paraurti – in cui la madre, protetta al mondo da un paio di tendine parasole con Marilyn in quadricromia, sta mestamente copulando con la sua nuova fiamma. Il bambino prima batte sui vetri – nessuna risposta – poi tira una pietra. Esce l’uomo che lui chiama papà: si tira su i pantaloni, impreca, lo insegue.
Se dovessi illustrare la tristezza a un marziano, gli farei vedere questi 30 secondi di “Camerieri”, regia di Leone Pompucci, Italia, 1995, 98 minuti.
mercoledì, 05 dicembre 2007
Molise. Regione amministrativa della Repubblica delle Banane, situata da qualche parte tra Calabria e Marche, con una popolazione che si aggira e capoluogo che non si discute. Storicamente il Molise è terra ignota, ignorata, ché deve succedere una tragedia – un impennarsi di treno, un collassarsi di scuola elementare, un apparire della Carlucci a Sepino – perché se ne parli alla televisione, dunque se ne parli tout court (you know: quod non est in video, non est in mundo); eppure il Molise è lì: basta aprire un Atlante, impostare il tomtom, uscire dall’autostrada a San Vittore. D’accordo, è sfuggente, ha natura saponata, anguillare: è a nord del Sud e a sud del Nord, e non è nemmeno Centro – malgrado 50 anni di mo[no]litico monocolore democratico cristiano. Il Molise non è più Abruzzo e non è ancora Campania. Il Molise confina. Il Molise provinciale. Due: Campobasso, Isernia, provincia del tartufo, a sentire la cartellonistica stradale, la pubblicistica degli Orsano Pompe, Mobili Fava, F.lli Recchia. Il Molise, turisticamente così esotico: “Sai? Sono stato giù in Molise” , detto ancora con il tono di chi ha seguito Lévi-Strauss tra i Nambikwara. Eppure abbiamo anche noi recettività, bed&breakfast, hotel quattrostelle, relais, Chateaux Saint Vincent, pensioni sociali, falsi invalidi. Abbiamo il mare, il lido, i lidi coi lettini uguale uguale a Riccione, però ci si bagna due volte nella stessa acqua non mucillata, oleosa, d’alto adriatico. Abbiamo le montagne, abbiamo il verde: per dire, il Molise ha lo stesso verde intenso dell’Umbria, dell’Irlanda… ma vuoi mettere? Vuoi mettere il nostro modo disinvolto di personalizzare ogni sentiero, pratone, terreno arativo, seminativo-incolto, pascolo-cespugliato, sottobosco? Ah! Il segno, la cifra caratteristica del Molise: qui piantato l’esoscheletro di una lavatrice, là un capanno eretto in onduline e reti di materasso; oltre, un Sinudyne con tubo catodico esploso; il paraurti di una Uno cotto al sole; un paio di batterie d’auto ancora frizzanti del loro velenoso interno umore; schegge di piastrella acquamarina e relativa malta escrementizia, brani di corrugato, pezzi di foratino; secchioni da 14 litri di petta, ammaccati, rugginosi, usati come termine di confine tra orti chiusi coltivati a broccoli di rapa. Ah! Le discariche hand-made, fatte in casa, genuine – tipiche, appunto – come r’ cazzarieglie, le strascinarelle & bandisti, la polenta, che prima abbotta e po’ allenta. Il Molise dell’uso sostenibile del territorio. Embè? Che forse non sosteniamo che bisogna usarlo? Lo usiamo una, due volte, davanti e dietro: lo abusiamo, volentieri violentiamo. Permettete? Gradiscono una turbogas? Mi fa per favore un mezzo chilo di nucleo industriale a fondo perduto? Un nuovo quartiere di villette a schiove? Mi dà una diga? Mi allaga il lago? Diciamolo: il Molise così generoso, disinteressato, che dà l’acqua alla Puglia, il pizzo alla camorra e il voto a un siciliano. Il Molise rachitico, ché sono quarant’anni che “si deve sviluppare”. Il Molise culturalmente attento che inaugura per quattro volte lo stesso museo chiuso. Il Molise dei presidenti che presidiano onnipresenti, onnipotenti; degli assessori assiduamente assisi; dei consulenti cugini, amici, figli dei padri; dei direttori che dirottano; dei dirigenti che digeriscono; dei manager che maneggiano. Il Molise di quelli che “bussano coi piedi”, dei portatori di agnello. Il Molise furbo, dei prendi-i-soldi-e-scappa, degli imprenditori col culo degli altri. Il Molise del terziario da terzomondo; del binario triste e solitario; dell’agricoltura strappata alla terra. Il Molise dello scialo, lo spreco, la fuga dei cervelli. Dei parto, poi ritorno e che so’ tornato a fa’. Il Molise che tanto tutto il mondo è paese, pure il Molise. Il Molise globalizzato, sottocolto, dove puoi graffittà figo col ginz e la felpetta, tutta la mutanda pe’ fuori. Puoi fa’ lo skaters a piazza stazione, ti puoi fa’ de ketamina al veglione della parrocchia, come fossi allo Studio 54. Longano, Long Island. Pesche, Peaches. Miranda, Look-at-me.
venerdì, 30 novembre 2007
giovedì, 29 novembre 2007
«Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.»
Bernardo di Chartres
Quando guardo oltre i vetri del mio terzo piano, inondato di luce anche in inverno, e socchiudo gli occhi come ho imparato a fare dai gatti, ci penso; non come primo pensiero, d’accordo, ma ci penso. Penso al fatto che sessant’anni fa – non secoli: mio padre portava già i calzoni lunghi – questo spazio, questa piazza così incongrua nel reticolo di vicoli che è il centro storico di Isernia, non c’era: dove ora è asfalto, parcheggio, e orrido monumento alla memoria, c’erano altre case, tetti, finestre; c’erano panni stesi, uccelli in gabbia, basilico nei vasi; c'era magari l'esotico vimini sulle terrazze, le orgogliose insegne di commerci tramandati da padre a figlio. C’era, a mischiarsi, l’odore del pane & la puzza della miseria. Insomma c’era la vita, nel suo regolare fluire di felicità e tristezze. Se il pieno si è fatto vuoto, improvvisamente, quel dieci settembre '43, lo si deve agli equipaggi dei B17, dei Lancaster, dei Liberator o di quel che cazzo erano loro, a quei piloti sotto anfetamina che si ersero a urbanisti, decidendo la futura topografia di questa, come di altre città. Già: la piazza di oggi era un intero quartiere, un blocco quadrato di pietra, calce, tufo. Case tutte uguali, come lo sono le case degli uomini viste dall’alto, dalle ottiche di puntamento di un bombardiere strategico, per esempio. Un caso che questa si sfarini, che quest’altra rimanga in piedi. Ecco: quando guardo oltre i miei vetri all’inglese – non li volevo, li ho trovati così, li tollero – penso che la mia attuale felicità di proprietario è il prodotto di un bombardamento; penso che la luce che ora entra, per altri è stato buio.
giovedì, 22 novembre 2007
lunedì, 19 novembre 2007
Dice Joseph Roth che “la beneficenza appaga in primo luogo lo stesso benefattore”: vero, soprattutto se il benefare ti porta sul velluto cremisi di un salotto buono, al cospetto di una danzatrice barocca che si muove sinuosa come il peccato al trillo virginale di cembalo e spinetta, pregustando prossime teorie di bufale, frittimisti in cornucopia e trionfi di prosciutto. È la “cena solidale”, formula ancora misconosciuta qui da noi, ai più evocativa forse di scodellacce in moplen e mestolate di minestrone precotto, da mensa della Caritas; e invece no – assenti, in ginocchio sui ceci! – ché “cena solidale” significa servire – piacevolmente – la Causa. Si è ospiti in una dimora storica mica per scherzo, un palazzo marchesale che ricorda da vicino le location scelte da Visconti per il Gattopardo: il salone delle feste è tutto stucchi e specchi dorati, puttini benedicenti e lampadari di cristallo sospesi come pendoli d’isocrona maestà (ci si abitua presto al lusso e nasce, in noi del Terzo (Para)Stato, quasi un dispiacere per non essere nati marchesi); queste stanze tornano ad ospitare musica, e i clavicembali paiono nativi, sembra che siano qui da sempre e non portati per l’occasione – e chi li ha dovuti trasportare a braccia, su per lo scalone vanvitelliano, benedice il fatto che stasera ci sia in programma Scarlatti e non, per esempio, un Hindemith, un Arnold Schönberg da eseguirsi su un pesantissimo Steinway a coda. Segue cena all’impiedi, grazie al catering & banqueting pret-a-porter, e anche qui bisogna esserci portati, aver maturato esperienza per palleggiare con la disinvoltura del circense piatto-bicchiere-posata-tovagliolo, da trattenere tutto con una mano mentre si prendono generose prese d’antipasto facendo conversazione; più difficile impegnarsi nella dissezione della lasagna ai porcini: i meno esperti si sosterranno su di un calorifero, o – non visti – su una consolle Luigi XVI. I quaranta convitati converranno che questo è un bel modo di aiutare il Centro di cardiochirurgia di Khartoum. Si è fin qui glissato a beneficio del glamour, ma il convivio è benefacente sul serio (mica come quei concerti di Pavarotti & Friends dove il 90% viene bruciato ad autoalimentare l’evento). No, garantiamo: dei cinquanta euro da ognuno versati all’ingresso, trentacinque andranno in Sudan, e si tramuteranno in garze, filo da sutura, aghi |